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Federico Moroni. L’arte che nasce dal “fare esperienza” delle cose

Federico Moroni. L’arte che nasce dal “fare esperienza” delle cose

 

 

In occasione delle Giornate dei Musei Ecclesiastici 2016 promosse da AMEI e centrate sul tema dello “scambio” come motore di vitalità, la Raccolta Lercaro “scambia” un angolo di museo già noto (in quanto parte dell’allestimento permanente) con uno inedito, realizzato “tirando fuori” dal magazzino quattro opere grafiche di Federico Moroni (1914-2000) esposte l’ultima volta ormai molti anni fa.

Si tratta di immagini “della memoria”: una scarpetta da bambino, un orologio da tasca, un maialino a pancia in su che gioca nel fango, un calamaio con pennino e carta da scrivere. Realizzate con una grafica che si avvicina molto all’illustrazione per bambini, queste opere rappresentano “frammenti” di vita che unificano la capacità di osservare la realtà per quella che è con la possibilità di re-immergersi nel tempo sospeso delle favole: non per fuggire il presente o contemplare il passato, ma per operare un processo di recupero della propria memoria ed elaborarla attraverso la seria leggerezza di immagini che appartengono all’universo dei racconti.

Accanto all’esposizione verrà predisposto uno spazio in cui tutti coloro che vorranno – adulti ragazzi e bambini – potranno lasciare una frase, un messaggio, un’impressione o anche una storia… pensieri ed emozioni suscitati da una o più di queste immagini, “raccontati” e condivisi su post-it e fogli colorati… perché un’opera d’arte mette in circolo le esperienze e crea relazione!

 

 

Federico Moroni (1914-2000) nasce a Santarcangelo di Romagna in una famiglia contadina che gli permette di studiare presso le scuole magistrali di Forlì.
Da subito, però, alle lezioni affianca l’apprendistato nella bottega di un falegname, dove rimane profondamente colpito dalle potenzialità del mestiere artigianale: l’intelligenza del gesto, il sapere depositato nelle mani e la capacità di osservare la realtà sono le eredità che questa esperienza gli lascerà e che lui, divenuto Maestro, orienterà in senso pedagogico.
Nel 1938 vive il primo anno di insegnamento nella scuola elementare di Montetiffi, sull’Appennino romagnolo. Qui, nelle fredde sere invernali passate accanto al fuoco, gli anziani del paese erano soliti raccontare storie: è così che Moroni comprende l’importanza del racconto, il suo stretto legame con la vita e le potenzialità contenute in una penna e in una boccetta di china… chiunque ha una storia da raccontare e chiunque può dare forma all’esperienza legata a quella storia attraverso il segno e il colore.
Dopo la guerra intensifica la propria produzione grafica affrontando temi che rimarranno fondamentali nella sua ricerca: animali, insetti, oggetti in disuso, figure della tradizione narrativa popolare. Costruisce in questo modo un universo figurativo strettamente connesso alla poesia dialettale di Tonino Guerra, al quale è legato da un’intensa amicizia.
Nel 1946 inizia a insegnare presso la scuola elementare del Bornaccino, nella campagna di Santarcangelo, dove sviluppa l’approccio educativo maturato nelle prime esperienze: per lui educare significa offrire ai bambini la capacità di mettersi in gioco, sperimentando in prima persona e rielaborando le esperienze attraverso il disegno libero. Si apre così un periodo lungo vent’anni, in cui il Maestro compirà un “viaggio creativo” al fianco di svariate generazioni di alunni e il cui eco si diffonderà ben oltre i confini dell’Italia.
L’intento di Moroni non è quello di trasformare i bambini in grandi artisti, ma di insegnare loro l’osservazione “lenta” della realtà per interiorizzarla.
La libera espressione a cui il maestro incoraggia non è un divertimento fine a se stesso, ma un gioco serissimo con regole precise. Il primo passo è mettere da parte la paura di non essere all’altezza. Poi occorre fare esperienza delle cose, della vita, perché è solo a partire dalla sperimentazione in prima persona che si può avere qualcosa da raccontare. Infine bisogna investire la propria capacità di stupirsi e mettere in conto la possibilità di cambiare idea, di imboccare strade diverse da quelle abituali.
È così che i bambini, abituati a vivere «nei campi assieme al sole, agli alberi, agli animali, all’odore dei polli e del rosmarino» e alla «fatica delle giornate lunghe», a scuola con «le loro mani ruvide d’esperienza disegnano» immagini di vita sperimentata: alberi anneriti dal freddo dell’inverno e poi imbiancati di fiori a primavera, campi trasformati dall’estate in distese dorate di spighe, api, calabroni, lucciole, lucertole, la confusione allegra della festa di paese, le storie raccontate dai nonni. «Sono queste le favole straordinarie che i miei alunni raccontano con i loro pennelli… Una memoria fisica trasformata in arte».
Nel 1953, grazie alla fama raggiunta con i disegni della scuola, Moroni ottiene una borsa di studio per specializzarsi in arte infantile negli Stati Uniti. Dieci anni più tardi la sua esperienza confluisce in un volume, Arte per nulla (poi Arte per gioco), che suscita l’interesse di Salvatore Quasimodo.
Ma Moroni non è solo questo. È artista a pieno titolo, parte di quella cultura romagnola che, muovendo dalla poesia di Pascoli, ha prodotto figure come Federico Fellini nel cinema e, appunto, Tonino Guerra nella letteratura.
Quando non disegna con gli alunni, la sua ricerca artistica si orienta comunque sulle piccole cose.
Di questi oggetti, spesso consunti dal tempo, Moroni coglie gli anacronismi: si tratta di frammenti provenienti da un mondo che sta scomparendo, fagocitato dal trascorrere del tempo. Ma non c’è rimpianto.
C’è invece la volontà di trasformare queste immagini in “memoria”, perché l’uomo ha bisogno di radici. E di vivificarle con quello che Morandi, artista amato, chiamava «il sentimento delle cose», per fare in modo che possano parlare al presente.